Queste notizie sono disponibili nel formato standard RSS per la pubblicazione sul tuo sito.
http://www.comune.sutri.vt.it/data/newsit.xml
Confermata la Bandiera Arancione
- da Comune di Sutri
il 08/02/2007 @ 16:05
Il Comune di Sutri ha soddisfatto, in tutte le aree di analisi i requisiti richiesti dal Modello di Analisi Territoriale del Touring Club Italiano. Quindi con piacere si comunica a tutta la popolazione che è stata confermata la Bandiera Arancione fino al 31 ottobre 2008. La Bandiera Arancione è il marchio di qualità turistico ambientale per l’entroterra. Viene attribuita alle località che soddisfano criteri di analisi correlati allo sviluppo di un turismo di qualità. La valorizzazione del patrimonio culturale, la tutela dell’ambiente, la cultura dell’ospitalità, l’accesso e la fruibilità delle risorse, la qualità della ricettività, della ristorazione e dei prodotti tipici sono solo alcuni degli elementi chiave per ottenere il marchio. Il TCI da sempre opera per lo sviluppo del turismo di qualità e per la valorizzazione delle risorse e del patrimonio culturale e ambientale italiano. La Bandiera Arancione è uno degli strumenti con il quale il Touring offre ai turisti una garanzia di qualità e alle località uno strumento di valorizzazione. .../...
Il Comune di Sutri ha soddisfatto, in tutte le aree di analisi i requisiti richiesti dal Modello di Analisi Territoriale del Touring Club Italiano. Quindi con piacere si comunica a tutta la popolazione che è stata confermata la Bandiera Arancione fino al 31 ottobre 2008. La Bandiera Arancione è il marchio di qualità turistico ambientale per l’entroterra. Viene attribuita alle località che soddisfano criteri di analisi correlati allo sviluppo di un turismo di qualità. La valorizzazione del patrimonio culturale, la tutela dell’ambiente, la cultura dell’ospitalità, l’accesso e la fruibilità delle risorse, la qualità della ricettività, della ristorazione e dei prodotti tipici sono solo alcuni degli elementi chiave per ottenere il marchio. Il TCI da sempre opera per lo sviluppo del turismo di qualità e per la valorizzazione delle risorse e del patrimonio culturale e ambientale italiano. La Bandiera Arancione è uno degli strumenti con il quale il Touring offre ai turisti una garanzia di qualità e alle località uno strumento di valorizzazione. 
Giornata indimenticabile per la famiglia Faraoni di Sutri, insignita lunedì 29 gennaio dall’Ambasciata di Israele in Italia del riconoscimento dei “Giusti”. Alfonso e Dilia Faraoni (morti negli anni scorsi, erano presenti alla cerimonia i cinque figli e uno stuolo di nipoti), nel 1943 diedero ospitalità ai membri della famiglia Dal Monte e Pavoncelli, due coppie di sposi ebrei con diversi bambini che per sfuggire ai rastrellamenti avevano cercato riparo nelle terre a nord di Roma. La paura della guarnigione di tedeschi presenti a Sutri e la diversità di fede religiosa, non impedirono ad Alfonso e Dilia di rischiare anche la vita pure di nascondere nel loro casolare nei dintorni di Sutri, per circa sei mesi, le due famiglie di profughi, condividendo l’unico ideale di rispetto reciproco e quell’affetto che col passare del tempo si è trasformato nel più alto sentimento di amicizia. Per questo nobile gesto, il Consigliere dell’ambasciata d’Israele, Dr. Rami Hatan, ha consegnato lunedì 29 gennaio il diploma d’onore e la medaglia dei Giusti agli eredi della famiglia Faraoni, assicurando l’iscrizione dei loro nomi nel giardino a Gerusalemme a ricordo di quelle persone che negli anni tristi e bui della Seconda Guerra mondiale, a rischio della propria vita, permisero la salvezza di tanti ebrei. Alla cerimonia erano presenti anche molti membri della famiglia Pavoncelli e della famiglia Dal Monte. Particolarmente toccanti le parole di Giulia Dal Monte e di Marco Pavoncelli che, con la voce più volte smorzata dall’emozione, ha raccontato il trascorrere di quei giorni nel periodo difficile. “Se in Europa ci fossero state più famiglie Faraoni - è stata la testimonianza di Giulia Dal Monte - le cose sarebbero andate diversamente, forse il nazismo non si sarebbe imposto in maniera così brutale. A quel tempo ero poco più di una bambina ma ho impresso il ricordo di quella porta aperta, del calore umano della famiglia Faraoni. Ci siamo sentiti al sicuro: bisognava salvare delle vite e non si fecero troppi problemi”. Le parole finali del Consigliere dell’Ambasciata Rami Hatan con l’invito alle giovani generazioni di tenere sempre presente la storia, quella storia, per la costruzione di un futuro di pace, e le note dei due inni nazionali, quello israeliano e quello di Mameli, hanno concluso la toccante cerimonia che ha visto la presenza di un nutrito gruppo di Ebrei provenienti da Roma. .../...
Giornata indimenticabile per la famiglia Faraoni di Sutri, insignita lunedì 29 gennaio dall’Ambasciata di Israele in Italia del riconoscimento dei “Giusti”. Alfonso e Dilia Faraoni (morti negli anni scorsi, erano presenti alla cerimonia i cinque figli e uno stuolo di nipoti), nel 1943 diedero ospitalità ai membri della famiglia Dal Monte e Pavoncelli, due coppie di sposi ebrei con diversi bambini che per sfuggire ai rastrellamenti avevano cercato riparo nelle terre a nord di Roma. La paura della guarnigione di tedeschi presenti a Sutri e la diversità di fede religiosa, non impedirono ad Alfonso e Dilia di rischiare anche la vita pure di nascondere nel loro casolare nei dintorni di Sutri, per circa sei mesi, le due famiglie di profughi, condividendo l’unico ideale di rispetto reciproco e quell’affetto che col passare del tempo si è trasformato nel più alto sentimento di amicizia. Per questo nobile gesto, il Consigliere dell’ambasciata d’Israele, Dr. Rami Hatan, ha consegnato lunedì 29 gennaio il diploma d’onore e la medaglia dei Giusti agli eredi della famiglia Faraoni, assicurando l’iscrizione dei loro nomi nel giardino a Gerusalemme a ricordo di quelle persone che negli anni tristi e bui della Seconda Guerra mondiale, a rischio della propria vita, permisero la salvezza di tanti ebrei. Alla cerimonia erano presenti anche molti membri della famiglia Pavoncelli e della famiglia Dal Monte. Particolarmente toccanti le parole di Giulia Dal Monte e di Marco Pavoncelli che, con la voce più volte smorzata dall’emozione, ha raccontato il trascorrere di quei giorni nel periodo difficile. “Se in Europa ci fossero state più famiglie Faraoni - è stata la testimonianza di Giulia Dal Monte - le cose sarebbero andate diversamente, forse il nazismo non si sarebbe imposto in maniera così brutale. A quel tempo ero poco più di una bambina ma ho impresso il ricordo di quella porta aperta, del calore umano della famiglia Faraoni. Ci siamo sentiti al sicuro: bisognava salvare delle vite e non si fecero troppi problemi”. Le parole finali del Consigliere dell’Ambasciata Rami Hatan con l’invito alle giovani generazioni di tenere sempre presente la storia, quella storia, per la costruzione di un futuro di pace, e le note dei due inni nazionali, quello israeliano e quello di Mameli, hanno concluso la toccante cerimonia che ha visto la presenza di un nutrito gruppo di Ebrei provenienti da Roma. 
La storia dello stendardo
Lo stendardo processionale è composto da una tela dipinta ad olio su entrambi i lati, non datato, è attribuito ad Eugenio Agneni. L'opera raffigura sul recto “San Bonaventura presenta la Confraternita alla Vergine e al Bambino “ con due confratelli abbigliati con l’abito tipico; sullo sfondo appare la Cattedrale di Sutri e l’orizzonte dei monti Cimini. Sul verso è raffigurata “L’Adorazione del Santissimo Sacramento”. E’ molto probabile che lo stendardo sia stato commissionato per suggellare la fusione tra la Confraternita del Santissimo Sacramento e quella della Santa Croce, avvenuta all’inizio del XIX secolo. Ora lo stendardo processionale si ripresenta all'antico splendore grazie al restauro proposto dal laboratorio di restauro della provincia di Viterbo e all'impegno dell'Amministrazione comunale di Sutri. L'opera è esposta presso il Museo del Patrimonium di Sutri. .../...
La storia dello stendardo
Lo stendardo processionale è composto da una tela dipinta ad olio su entrambi i lati, non datato, è attribuito ad Eugenio Agneni. L'opera raffigura sul recto “San Bonaventura presenta la Confraternita alla Vergine e al Bambino “ con due confratelli abbigliati con l’abito tipico; sullo sfondo appare la Cattedrale di Sutri e l’orizzonte dei monti Cimini. Sul verso è raffigurata “L’Adorazione del Santissimo Sacramento”. E’ molto probabile che lo stendardo sia stato commissionato per suggellare la fusione tra la Confraternita del Santissimo Sacramento e quella della Santa Croce, avvenuta all’inizio del XIX secolo. Ora lo stendardo processionale si ripresenta all'antico splendore grazie al restauro proposto dal laboratorio di restauro della provincia di Viterbo e all'impegno dell'Amministrazione comunale di Sutri. L'opera è esposta presso il Museo del Patrimonium di Sutri. 
E’ con orgoglio che presentiamo il primo dei tre volumi della collana Sutri nei secoli curata da Questo Comune con il patrocinio della Regione Lazio. Il primo volume Sutri Cristiana, affronta e propone un periodo storico ricco di spunti, suggestione e collegamenti significativi non solo per l’Antichissima Città di Sutri ma anche per la Tuscia nel corso del primo millennio di civiltà cristiana.
L’avvento del cristianesimo, la donazione di Liutprando, il culto dei santi, costituiscono i momenti più significativi di una narrazione fondata su una attenta e intensa disamina dei dati forniti all’archeologia, dallo studio del territorio e dei culti, in un arco di tempo che va dal IV secolo all’XI secolo e, in uno spazio, il cui filo conduttore resta sempre la via Cassia divenuta poi Francigena.
L’approccio scientifico dell’opera deriva da una precisa volontà degli autori concordata con l’Amministrazione Comunale. Troppe volte, infatti, la storia della nostra Antichissima Città è stata regalata in abiti che spesso si sono confusi con la legenda impedendo una lettura chiara ed articolata della complessità degli avvenimenti storici.
I volumi della collana Sutri nei secoli avranno ampia distribuzione alla cittadinanza cosi come al pubblico degli appassionati e degli studiosi, con .l’augurio per tutti di un nuovo e piu approfondito cammino con la storia della nostra città.
Vincenzo Petroni Guido Casini
Sindaco del comune di Sutri Assessore alla cultura del Comunedi Sutri

Il volume prende l’avvio con un saggio di Vincenzo Fiocchi Nicolai dedicato all’evento portatore di trasformazioni non solo nelle coscienze dei cittadini e nel loro evolversi sul piano culturale bensì, come è ben noto, nell’assetto topografico della Città: l’avvento del Cristianesimo. E a Sutri sede diocesana almeno a partire dal 465, quando il suo vescovo Eusebio partecipa al concilio romano indetto in quell’anno, il complesso della cattedrale doveva segnare nella forma urbana tardoantica la presenza materiale della nuova religione. Stefano Del Lungo approfondisce le linee di evoluzione, nei secoli III-XI, percepibili nel territorio della città di Sutri, considerato nei più ampi confini, secondo quanto stabilito in epoca tardo-repubblicana. Ne segue la graduale costituzione, partendo da un primo nucleo racchiuso sulla lata planities, con un impatto visivo mantenutosi in età longobarda con la denominazione di Vallis Magna. Attraverso l’analisi degli assetti fondiari e del nuovo popolamento, delle produzioni materiali ed in particolare delle villae, della presenza gota sino alla lunga guerra di riconquista bizantina, della presenza longobarda sino alla donazione di Liutprando e alle sue conseguenze, il discorso si articola tenendo presente una triplice base costituita dalle fonti testuali, dai dati archeologici tràditi dalla storiografia o recuperati sul terreno, dall’apporto della toponomastica. Filo conduttore resta sempre la via Cassia, per la quale propone un percorso per larga parte diverso dalle soluzioni offerte dagli studi precedenti. Con lo studio dei testi agiografici relativi al martire Felice si apre il saggio di Eugenio Susi che offre una puntuale rilettura della passio di Mustiola, la martire di Chiusi – passio nella quale è inserita la narrazione del martirio di Felice stesso con la menzione della sua sepoltura iuxta muros Sutrinae civitatis. Il saggio si sviluppa poi secondo linee metodologiche che affrontano i temi agiografici non solo nell’ottica filologica, bensì come si vede nell’ampia contestualizzazione storica e territoriale, tenendo ugualmente e costantemente presenti dati testuali e materiali e, offrendo così un vero modello di studio. Un volume quindi ricchissimo di dati, di spunti e di suggestioni di ricerca, un volume che nel suo apporto pluridisciplinare diviene modello del come leggere un territorio al fine di ricostruirne la storia. .../...
E’ con orgoglio che presentiamo il primo dei tre volumi della collana Sutri nei secoli curata da Questo Comune con il patrocinio della Regione Lazio. Il primo volume Sutri Cristiana, affronta e propone un periodo storico ricco di spunti, suggestione e collegamenti significativi non solo per l’Antichissima Città di Sutri ma anche per la Tuscia nel corso del primo millennio di civiltà cristiana.
L’avvento del cristianesimo, la donazione di Liutprando, il culto dei santi, costituiscono i momenti più significativi di una narrazione fondata su una attenta e intensa disamina dei dati forniti all’archeologia, dallo studio del territorio e dei culti, in un arco di tempo che va dal IV secolo all’XI secolo e, in uno spazio, il cui filo conduttore resta sempre la via Cassia divenuta poi Francigena.
L’approccio scientifico dell’opera deriva da una precisa volontà degli autori concordata con l’Amministrazione Comunale. Troppe volte, infatti, la storia della nostra Antichissima Città è stata regalata in abiti che spesso si sono confusi con la legenda impedendo una lettura chiara ed articolata della complessità degli avvenimenti storici.
I volumi della collana Sutri nei secoli avranno ampia distribuzione alla cittadinanza cosi come al pubblico degli appassionati e degli studiosi, con .l’augurio per tutti di un nuovo e piu approfondito cammino con la storia della nostra città.
Vincenzo Petroni Guido Casini
Sindaco del comune di Sutri Assessore alla cultura del Comunedi Sutri

Il volume prende l’avvio con un saggio di Vincenzo Fiocchi Nicolai dedicato all’evento portatore di trasformazioni non solo nelle coscienze dei cittadini e nel loro evolversi sul piano culturale bensì, come è ben noto, nell’assetto topografico della Città: l’avvento del Cristianesimo. E a Sutri sede diocesana almeno a partire dal 465, quando il suo vescovo Eusebio partecipa al concilio romano indetto in quell’anno, il complesso della cattedrale doveva segnare nella forma urbana tardoantica la presenza materiale della nuova religione. Stefano Del Lungo approfondisce le linee di evoluzione, nei secoli III-XI, percepibili nel territorio della città di Sutri, considerato nei più ampi confini, secondo quanto stabilito in epoca tardo-repubblicana. Ne segue la graduale costituzione, partendo da un primo nucleo racchiuso sulla lata planities, con un impatto visivo mantenutosi in età longobarda con la denominazione di Vallis Magna. Attraverso l’analisi degli assetti fondiari e del nuovo popolamento, delle produzioni materiali ed in particolare delle villae, della presenza gota sino alla lunga guerra di riconquista bizantina, della presenza longobarda sino alla donazione di Liutprando e alle sue conseguenze, il discorso si articola tenendo presente una triplice base costituita dalle fonti testuali, dai dati archeologici tràditi dalla storiografia o recuperati sul terreno, dall’apporto della toponomastica. Filo conduttore resta sempre la via Cassia, per la quale propone un percorso per larga parte diverso dalle soluzioni offerte dagli studi precedenti. Con lo studio dei testi agiografici relativi al martire Felice si apre il saggio di Eugenio Susi che offre una puntuale rilettura della passio di Mustiola, la martire di Chiusi – passio nella quale è inserita la narrazione del martirio di Felice stesso con la menzione della sua sepoltura iuxta muros Sutrinae civitatis. Il saggio si sviluppa poi secondo linee metodologiche che affrontano i temi agiografici non solo nell’ottica filologica, bensì come si vede nell’ampia contestualizzazione storica e territoriale, tenendo ugualmente e costantemente presenti dati testuali e materiali e, offrendo così un vero modello di studio. Un volume quindi ricchissimo di dati, di spunti e di suggestioni di ricerca, un volume che nel suo apporto pluridisciplinare diviene modello del come leggere un territorio al fine di ricostruirne la storia. 
4) Carlo Goldoni, Il personaggio del mese di Febbraio (a tre secoli, meno un anno dalla nascita)
- da Domenico Apolloni
il 10/02/2006 @ 19:05
Carlo Goldoni, il personaggio del mese di Febbraio (a tre secoli, meno un anno, dalla nascita)
Carlo Goldoni, arrivato ai quarant’anni, decise di chiudere il proprio studio da Avvocato non tanto per stare allegro e divertirsi (“non voglio pensare ai guai, anzi voglio rider di tutto”, ebbe modo di scrivere), quanto perché non se la sentiva più di vestire i panni del professionista per antonomasia, di colui che accampa diritti al compenso delle prestazioni sempre e comunque, a prescindere dai risultati. Il Goldoni era uno che amava il rischio, che preferiva mettersi in discussione ogni volta; secondo me voleva proprio guadagnarsi da vivere con un mestiere (da ministerium, un vocabolo che ha il sapore della missione) nel quale il pagamento dell’opera discende direttamente dal gradimento della stessa. Così, da scanzonato amante della gente e delle donne in particolare (e già per questo mi è particolarmente simpatico), continuò a portare avanti la sua vita senza pensieri, a godersi uno ad uno i suoi giorni, tutti intensi di impegni con attori e primedonne, nobili e borghesi, spesso trascorsi a sbafo nelle ville di amici, dove si concedeva ai piaceri del gioco e della tavola, dove consumava volentieri amori fisici di breve durata, senza mai tradire il sentimento per una moglie presa in gioventù. Una moglie alla quale lui si mantenne, a suo modo, sempre fedele; la Nicoletta , infatti, restò la sua donna di sempre, quella che volle rimproverare duramente, quando – raggiunti gli ottantasei anni – comprese che stava per andarsene da questo mondo: lei, infatti, aveva il coraggio di sopravvivergli! Tutto avvenne durante un febbraio freddo e luminoso, il mese del Carnevale tanto amato e protagonista della sua ultima Commedia destinata ai Veneziani, il mese della sua definitiva partenza per Parigi, il mese caro al suo Arlecchino, il mese nel quale lui stesso era nato: e Carlo Goldoni, sempre attento alle ricorrenze per le sane abitudini prese quando studiava legge nel Collegio Ghislieri di Pavia, non poteva evitare di sceglierlo anche per morire! La morte quasi invocata, lo raggiunse pietosa, quando ormai era vecchio e stanco, quando le sue ore scorrevano tristi e solitarie, quando il fragore dei tempi felici apparteneva al ricordo, quando la Parigi della sua seconda vita allontanava il ricordo della Bastiglia di quattro anni prima e del sordo rumore di una ghigliottina troppo usata; Carlo Goldoni, nel frattempo, era diventato anche povero: non aveva più la pensione del Re di Francia e nemmeno quella che i Borboni di Parma gli avevano riconosciuto quand’era il giovane di belle speranze che vinse il festival della poesia. Forse il Carlo, che non dava importanza ai soldi nemmeno se gli mancavano, in quelle ultime ore della sua vita si ricordò delle parole che, ne La Locandiera, aveva messo in bocca al Conte d’Albafiorita: “sulla locanda, tanto vale il vostro danaro quanto vale il mio”; del resto, anche quella fortunata Commedia, che scrisse subito dopo l’abbandono dell’attività forense, era andata per la prima volta in scena nel suo mese di febbraio!
Domenico Apolloni
.../...
Carlo Goldoni, il personaggio del mese di Febbraio (a tre secoli, meno un anno, dalla nascita)
Carlo Goldoni, arrivato ai quarant’anni, decise di chiudere il proprio studio da Avvocato non tanto per stare allegro e divertirsi (“non voglio pensare ai guai, anzi voglio rider di tutto”, ebbe modo di scrivere), quanto perché non se la sentiva più di vestire i panni del professionista per antonomasia, di colui che accampa diritti al compenso delle prestazioni sempre e comunque, a prescindere dai risultati. Il Goldoni era uno che amava il rischio, che preferiva mettersi in discussione ogni volta; secondo me voleva proprio guadagnarsi da vivere con un mestiere (da ministerium, un vocabolo che ha il sapore della missione) nel quale il pagamento dell’opera discende direttamente dal gradimento della stessa. Così, da scanzonato amante della gente e delle donne in particolare (e già per questo mi è particolarmente simpatico), continuò a portare avanti la sua vita senza pensieri, a godersi uno ad uno i suoi giorni, tutti intensi di impegni con attori e primedonne, nobili e borghesi, spesso trascorsi a sbafo nelle ville di amici, dove si concedeva ai piaceri del gioco e della tavola, dove consumava volentieri amori fisici di breve durata, senza mai tradire il sentimento per una moglie presa in gioventù. Una moglie alla quale lui si mantenne, a suo modo, sempre fedele; la Nicoletta , infatti, restò la sua donna di sempre, quella che volle rimproverare duramente, quando – raggiunti gli ottantasei anni – comprese che stava per andarsene da questo mondo: lei, infatti, aveva il coraggio di sopravvivergli! Tutto avvenne durante un febbraio freddo e luminoso, il mese del Carnevale tanto amato e protagonista della sua ultima Commedia destinata ai Veneziani, il mese della sua definitiva partenza per Parigi, il mese caro al suo Arlecchino, il mese nel quale lui stesso era nato: e Carlo Goldoni, sempre attento alle ricorrenze per le sane abitudini prese quando studiava legge nel Collegio Ghislieri di Pavia, non poteva evitare di sceglierlo anche per morire! La morte quasi invocata, lo raggiunse pietosa, quando ormai era vecchio e stanco, quando le sue ore scorrevano tristi e solitarie, quando il fragore dei tempi felici apparteneva al ricordo, quando la Parigi della sua seconda vita allontanava il ricordo della Bastiglia di quattro anni prima e del sordo rumore di una ghigliottina troppo usata; Carlo Goldoni, nel frattempo, era diventato anche povero: non aveva più la pensione del Re di Francia e nemmeno quella che i Borboni di Parma gli avevano riconosciuto quand’era il giovane di belle speranze che vinse il festival della poesia. Forse il Carlo, che non dava importanza ai soldi nemmeno se gli mancavano, in quelle ultime ore della sua vita si ricordò delle parole che, ne La Locandiera, aveva messo in bocca al Conte d’Albafiorita: “sulla locanda, tanto vale il vostro danaro quanto vale il mio”; del resto, anche quella fortunata Commedia, che scrisse subito dopo l’abbandono dell’attività forense, era andata per la prima volta in scena nel suo mese di febbraio!
Domenico Apolloni

3) Amalassunta, una donna contesa tra storia e leggenda
- da Domenico Apolloni
il 10/02/2006 @ 19:02
Amalasunta, una donna contesa tra storia e leggenda Quando il sole dell’ultimo giorno di aprile si alza tiepido nel cielo, le acque del lago di Bolsena toccano ancora più leggere la sua riva meridionale; le accompagna un silenzio irreale, un silenzio da secoli sempre uguale: forse è lo stesso strano silenzio che seguì il grido soffocato di Amalasunta, una donna che moriva a trentasette anni, dopo essere stata la prima donna a regnare sui barbari discesi nel nostro Bel Paese. Correva l’anno 535 e Amalasunta, rimasta vedova giovanissima del nobile marito Eutarico, piangeva ancora la morte del figlio Atalarico, avvenuta l’anno prima; per lui aveva inutilmente conservato il trono degli Ostrogoti, lasciato da suo padre: il grande Teodorico. Erano tempi difficili e quel trono, malgrado le parentele intrecciate da Teodorico con i popoli confinanti (lui stesso aveva sposato la sorella del Re dei Franchi Clodoveo, dalla quale aveva avuto Amalasunta), era in grave pericolo; di questo se n’era accorto lo stesso Teodorico prima di andarsene da questo mondo, giacché, odorando nemici dappertutto, condannò a morte perfino il suo ministro Simmaco e il genero di quest’ultimo Boezio. Amalasunta, anche se non replicava il carattere spietato di Teodorico (un “duro”, che nascondeva la sua crudeltà curando personalmente i fiori del giardino), ce l’aveva messa tutta per salvare il salvabile e la cosa funzionava da otto lunghi anni; del resto, lei era una donna intelligente e di notevole cultura, conosceva pure tre lingue: poteva ben figurare tra i potenti e rivaleggiare con l’altra superdonna dell’epoca: Teodora, la regina di Bisanzio. Uno sbaglio però lo aveva fatto e quello sbaglio le era stato fatale: aveva dato credito alle promesse e, soprattutto, aveva riposto fiducia nei parenti; in poche parole, aveva adottato un comportamento opposto a quello tenuto, nel passato, da suo padre. Teodorico, infatti, aveva studiato il greco in gioventù ma se l’era dimenticato presto insieme alle belle maniere. Giunto in Italia dalle regioni orientali della moderna Ungheria (con 50 mila soldati e 250 mila tra vecchi, donne e bambini al seguito, proprio come gli zingari) prima aveva fatto massacrare il Premier del posto (tale Odoacre), dopo avergli garantito la salvezza se si fosse arreso, poi – seguendo l’esempio del cognato Clodoveo – aveva eliminato tutti i parenti, per agevolare la figlia Amalasunta ed il nipotino prediletto Atalarico. Lei, alta e bionda per i caratteri somatici ereditati dagli avi materni, doveva essere anche una gran bella donna come tutte quelle che hanno nelle vene il vento dell’Est: perché mai si sia lasciata circuire dal cugino Teodato, un bellimbusto effeminato, un mezzo intellettuale che sfoggiava la sua cultura con frequenti citazioni latine, resta un mistero! Fatto sta che il cugino Teodato, da lei associato al governo, si lasciò convincere dalla fazione laica dei Goti – avversa alla politica filobizantina di Amalasunta – e dette il beneplacito alla sua deposizione (oltretutto, quella mossa, consentiva a lui di restarsene da solo al comando); ma nemmeno questo bastò ai congiurati, che preferivano le guerre del rude Teodorico ai distesi rapporti del momento con l’Impero Romano d’Oriente: quei Principi ribelli chiesero all’evanescente Teodato, che – soltanto pochi anni prima – aveva abbandonato la moglie per correre tra le braccia di Amalasunta, di imprigionarla nel lugubre castello dell’isola Martana, nel bel mezzo del ridente lago di Bolsena. A quel punto, Amalasunta, presa dalla disperazione, aveva mandato un messaggero da Giustiniano con la richiesta di venirla a prendere; lei sarebbe stata ben felice di stabilirsi a Bisanzio, con la secondogenita Matasunta e con il tesoro della corona. Quest’ultimo particolare – quello del “tesoro” – avrebbe fatto imbestialire il Teodato, che tutti ritenevano un tipo poco venale: senza pensarci sopra, quel cugino/amante fedifrago ordinò al carceriere di strangolarla; era il 30 di Aprile e nessuno ascoltò i gemiti della povera Amalasunta, rudemente tolta al sonno pomeridiano (qualcuno ha provato a cambiar versione, scrivendo “rincorsa nelle acque del lago, mentre faceva il bagno”). Appresa la notizia della morte di Amalasunta, il piccolo (di statura) Giustiniano prese la palla al balzo e mandò due eserciti in Italia per farla finita con i Goti: nel momento della verità, Teodato rivelò tutta la sua vigliaccheria e i suoi ministri lo privarono del potere regale per affidarsi al generale Vitige, un militare di mestiere che – appena nominato – lo fece uccidere. Questa è la storia di Amalasunta e del cugino Teodato; gli abitanti di Marta la ricordano così e, nelle serate umide di fine Aprile, riescono a vedere ancora l’ombra di una donna che fugge leggera sulle acque silenti del lago. Domenico Apolloni
.../...
Amalasunta, una donna contesa tra storia e leggenda Quando il sole dell’ultimo giorno di aprile si alza tiepido nel cielo, le acque del lago di Bolsena toccano ancora più leggere la sua riva meridionale; le accompagna un silenzio irreale, un silenzio da secoli sempre uguale: forse è lo stesso strano silenzio che seguì il grido soffocato di Amalasunta, una donna che moriva a trentasette anni, dopo essere stata la prima donna a regnare sui barbari discesi nel nostro Bel Paese. Correva l’anno 535 e Amalasunta, rimasta vedova giovanissima del nobile marito Eutarico, piangeva ancora la morte del figlio Atalarico, avvenuta l’anno prima; per lui aveva inutilmente conservato il trono degli Ostrogoti, lasciato da suo padre: il grande Teodorico. Erano tempi difficili e quel trono, malgrado le parentele intrecciate da Teodorico con i popoli confinanti (lui stesso aveva sposato la sorella del Re dei Franchi Clodoveo, dalla quale aveva avuto Amalasunta), era in grave pericolo; di questo se n’era accorto lo stesso Teodorico prima di andarsene da questo mondo, giacché, odorando nemici dappertutto, condannò a morte perfino il suo ministro Simmaco e il genero di quest’ultimo Boezio. Amalasunta, anche se non replicava il carattere spietato di Teodorico (un “duro”, che nascondeva la sua crudeltà curando personalmente i fiori del giardino), ce l’aveva messa tutta per salvare il salvabile e la cosa funzionava da otto lunghi anni; del resto, lei era una donna intelligente e di notevole cultura, conosceva pure tre lingue: poteva ben figurare tra i potenti e rivaleggiare con l’altra superdonna dell’epoca: Teodora, la regina di Bisanzio. Uno sbaglio però lo aveva fatto e quello sbaglio le era stato fatale: aveva dato credito alle promesse e, soprattutto, aveva riposto fiducia nei parenti; in poche parole, aveva adottato un comportamento opposto a quello tenuto, nel passato, da suo padre. Teodorico, infatti, aveva studiato il greco in gioventù ma se l’era dimenticato presto insieme alle belle maniere. Giunto in Italia dalle regioni orientali della moderna Ungheria (con 50 mila soldati e 250 mila tra vecchi, donne e bambini al seguito, proprio come gli zingari) prima aveva fatto massacrare il Premier del posto (tale Odoacre), dopo avergli garantito la salvezza se si fosse arreso, poi – seguendo l’esempio del cognato Clodoveo – aveva eliminato tutti i parenti, per agevolare la figlia Amalasunta ed il nipotino prediletto Atalarico. Lei, alta e bionda per i caratteri somatici ereditati dagli avi materni, doveva essere anche una gran bella donna come tutte quelle che hanno nelle vene il vento dell’Est: perché mai si sia lasciata circuire dal cugino Teodato, un bellimbusto effeminato, un mezzo intellettuale che sfoggiava la sua cultura con frequenti citazioni latine, resta un mistero! Fatto sta che il cugino Teodato, da lei associato al governo, si lasciò convincere dalla fazione laica dei Goti – avversa alla politica filobizantina di Amalasunta – e dette il beneplacito alla sua deposizione (oltretutto, quella mossa, consentiva a lui di restarsene da solo al comando); ma nemmeno questo bastò ai congiurati, che preferivano le guerre del rude Teodorico ai distesi rapporti del momento con l’Impero Romano d’Oriente: quei Principi ribelli chiesero all’evanescente Teodato, che – soltanto pochi anni prima – aveva abbandonato la moglie per correre tra le braccia di Amalasunta, di imprigionarla nel lugubre castello dell’isola Martana, nel bel mezzo del ridente lago di Bolsena. A quel punto, Amalasunta, presa dalla disperazione, aveva mandato un messaggero da Giustiniano con la richiesta di venirla a prendere; lei sarebbe stata ben felice di stabilirsi a Bisanzio, con la secondogenita Matasunta e con il tesoro della corona. Quest’ultimo particolare – quello del “tesoro” – avrebbe fatto imbestialire il Teodato, che tutti ritenevano un tipo poco venale: senza pensarci sopra, quel cugino/amante fedifrago ordinò al carceriere di strangolarla; era il 30 di Aprile e nessuno ascoltò i gemiti della povera Amalasunta, rudemente tolta al sonno pomeridiano (qualcuno ha provato a cambiar versione, scrivendo “rincorsa nelle acque del lago, mentre faceva il bagno”). Appresa la notizia della morte di Amalasunta, il piccolo (di statura) Giustiniano prese la palla al balzo e mandò due eserciti in Italia per farla finita con i Goti: nel momento della verità, Teodato rivelò tutta la sua vigliaccheria e i suoi ministri lo privarono del potere regale per affidarsi al generale Vitige, un militare di mestiere che – appena nominato – lo fece uccidere. Questa è la storia di Amalasunta e del cugino Teodato; gli abitanti di Marta la ricordano così e, nelle serate umide di fine Aprile, riescono a vedere ancora l’ombra di una donna che fugge leggera sulle acque silenti del lago. Domenico Apolloni

1) Un orologio Insolito
- da Assessorato Innovazione e Tecnologia il 05/02/2006 @ 18:23
Lo sapevate che ???  Mezzo millennio di Ora Italiana Oggi nessuno piu’ ricorda cosa sia l’ora Italica (eccetto quelle persone che studiano astronomia e gnomonica). Se non ci credete, provate a chiedere in giro! Probabilmente vi risponderanno che si tratta di una nuova tappa ciclistica o di un nuovo derby calcistico…A parte gli scherzi, devo dire che queste cose si trovano scritte su pochissimi libri d’orologeria meccanica (come il Simoni ed altri). Attorno al 1989, quando iniziai ad occuparmi di gnomonica, mi ritrovai faccia a faccia con un quadrante che non avevo mai visto. Lo trovai nella piazza principale di Arpino, importante cittadina di cultura latina in provincia di Frosinone. Tale quadrante attiro' la mia attenzione per il fatto che recava al suo centro un ferro, triangolare come una lama, molto somigliante ad uno gnomone di orologio solare. Mistero. Aveva la numerazione disposta come un orologio meccanico, ma era da I a VI in numeri romani e con delle grossolane suddivisioni. Ero convinto che non si trattasse di un orologio solare, ma chiedendo in giro alla gente del posto, soprattutto ad anziani che potevano ricordare qualcosa, questi mi dicevano che era anticamente un orologio solare. Il mistero si infittisce. Poco tempo dopo mi fu chiesto da un veterano gnomonista italiano cosa fosse uno strano quadrante con numerazione da I a VI che aveva visto sul muro di un’abbazia marchigiana. Stesso mistero. Chiesi lumi all’Ammiraglio Girolamo Fantoni e questi non pote' dirmi altro che era un orologio "cosiddetto alla romana"! Un giorno, girovagando per Roma, mi ritrovai di fronte lo stesso quadrante sulla chiesa di S. Maria dell’Orto in Trastevere. Questa volta fui piu’ fortunato perché grazie ad un appassionato, Giorgio Consolini, riuscii ad avere un libretto di un certo P. Romano, del 1944, in cui trattava degli orologi di Roma. Fu grazie a questo libretto che si riusci' a risolvere il mistero nel tempo di una sola lettura del suo testo. Il quadrante era si detto "alla romana" perché pensato, realizzato e diffuso soprattutto a Roma e nell’ambito religioso del Lazio, ma la sua funzione era quella di indicare con il suono delle campane le antiche Ore Italiche, adottate soprattutto dalla Chiesa. Il sistema italico si era diffuso in Italia verso la meta' del XIV secolo e i primi orologi meccanici da torre che indicavano tale sistema avevano il quadrante con numerazione romana da I a XXIV. Celebri sono quelli della Basilica di San Marco a Venezia e molti altri. Con le campagne napoleoniche si converti' gran parte degli orologi italici nel sistema detto appunto "alla francese", con il quadrante in 12 ore e pari al nostro moderno sistema astronomico che computa il tempo in 24 ore da una mezzanotte alla successiva. Ma solo con Pio IX si ebbe il vero cambiamento che e' rimasto definitivo. In una traccia del libro di Simoni, si recupera un'indizio molto importante che potrebbe segnare l'inizio dell'epoca in cui gli orologi italici con numerazione da I a XXIV furono soppiantati poco per volta dal nuovo sistema di 6 in 6. Infatti, nel Simoni si legge che in un documento napoletano del 1481, e' annotato che un certo Antonio Catalano fu pagato per aver costruito un orologio che aveva la mostra con numerazione da I a XXIV ore ed il suono delle campane suddiviso di 6 in 6. Si puo' credere, quindi e data l'utilita' e la facilita' sia della lettura che dell'ascolto delle campane, che da quel periodo si comincio' a pensare di adottare la suddivisione di 6 in 6 anziché da I a XXIV. .../...
Lo sapevate che ???  Mezzo millennio di Ora Italiana Oggi nessuno piu’ ricorda cosa sia l’ora Italica (eccetto quelle persone che studiano astronomia e gnomonica). Se non ci credete, provate a chiedere in giro! Probabilmente vi risponderanno che si tratta di una nuova tappa ciclistica o di un nuovo derby calcistico…A parte gli scherzi, devo dire che queste cose si trovano scritte su pochissimi libri d’orologeria meccanica (come il Simoni ed altri). Attorno al 1989, quando iniziai ad occuparmi di gnomonica, mi ritrovai faccia a faccia con un quadrante che non avevo mai visto. Lo trovai nella piazza principale di Arpino, importante cittadina di cultura latina in provincia di Frosinone. Tale quadrante attiro' la mia attenzione per il fatto che recava al suo centro un ferro, triangolare come una lama, molto somigliante ad uno gnomone di orologio solare. Mistero. Aveva la numerazione disposta come un orologio meccanico, ma era da I a VI in numeri romani e con delle grossolane suddivisioni. Ero convinto che non si trattasse di un orologio solare, ma chiedendo in giro alla gente del posto, soprattutto ad anziani che potevano ricordare qualcosa, questi mi dicevano che era anticamente un orologio solare. Il mistero si infittisce. Poco tempo dopo mi fu chiesto da un veterano gnomonista italiano cosa fosse uno strano quadrante con numerazione da I a VI che aveva visto sul muro di un’abbazia marchigiana. Stesso mistero. Chiesi lumi all’Ammiraglio Girolamo Fantoni e questi non pote' dirmi altro che era un orologio "cosiddetto alla romana"! Un giorno, girovagando per Roma, mi ritrovai di fronte lo stesso quadrante sulla chiesa di S. Maria dell’Orto in Trastevere. Questa volta fui p |